Nelle figure avvolte nella luce si coglie il
vento che ne agita i piani, i tagli dei fondi animano lo spazio. Il palpito
divino entra nella superficie e le dà forma.
Nella
mano con estremità di fiore, si coglie il contatto ultraterreno, la mano di Dio
che mostra al tempo stesso la certezza della punizione e la speranza di
salvezza. Simbolo del Logos incarnato, di potenza e supremazia.
Scuote
la scena drammatica del fratricidio tra Caino e Abele.
Invade
la bellezza dei profeti che testimoniano la storia della salvezza,
scritta da Cristo e dalla Chiesa.
Intorno
angeli che guidano il fedele, testimoni della magnificenza di Dio.
Sembra
d’udire il ronzio delle api, ministri operosi, con miele e dardi, emblema del Messia:
da una parte ne evocano la dolcezza e la misericordia, dall’altra l’esercizio
della legge di Cristo giudice.
Scorgi
il pavone a coda chiusa, sapienza che diviene segno della beatitudine eterna,
della visione diretta di Dio da parte dell’anima. E poi la lepre che per la sua
prolificità è in stretta relazione con la terra-madre, e diviene pertanto anche
simbolo della rigenerazione della vita; la sua congetturata capacità di dormire con
gli occhi aperti ne fece una metafora della vigilanza
La
conchiglia, che richiama l’acqua del battesimo, nel cristianesimo veniva posta come
oggetto di corredo funerario a significare la tomba dalla quale l'uomo
risorgerà il giorno del giudizio.
E
l’Agnello emblema sacrificale del trionfo di Cristo sulla morte e le potenze
del male.
Nel
giglio, il candore, la purezza della Vergine, come non ricordare che nella tradizione
biblica il giglio è il simbolo dell’elezione, della scelta dell’essere amato,
tale fu il privilegio d’Israele fra le nazioni, della Vergine Maria fra le
donne d’Israele.
Dei
cervi, madre e figlio, un omaggio al territorio, i Nebrodi, Un tempo regno di cerbiatti, daini, orsi e lupi; il cui significato
deriva dal greco “Nebros” che vuol dire appunto cerbiatto. La natura quale
esempio dell’armonia divina, che offre intense suggestioni e ricordi indelebili
qualsiasi sia l’interesse del visitatore. “Dio vide
quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1,31).
E
l’occhio fissando ancora, vede il pellicano, che una credenza narra che nutrisse i propri figli
con la carne ed il sangue del suo petto, assunto a immagine del sacrificio di
Cristo e della sua resurrezione.
E le stelle, come quella ad otto punte del
pavimento che rappresenta la Vergine.
Non si può poi non
notare al centro del tempio il manto
rosso simbolo della rivelazione, dell’Altissimo,
e del sangue dei testimoni di fede.
Arrivati
al nucleo della narrazione i cieli narrano la gloria di Dio attraverso il
sacrificio dei martiri. Esempi fulgidi di umanità sublimata in misura doppia
nell’amore divino e nel servizio del prossimo, sino all’estremo sacrificio,
quello della vita stessa.
Massimiliano Maria
Kolbe, che “non morì, ma diede la vita...." per salvare quella
di un sergente polacco,
ad Auschwitz, o Gianna Beretta
Molla emblema del coraggio dell’amore materno e della piena fiducia nella
Provvidenza; Madre Teresa di
Calcutta, madre degli ultimi, testimone della gioia di amare, della
grandezza e della dignità di ogni essere umano, Papa Giovanni Paolo II che ha
esercitato il suo ministero con instancabile spirito missionario; che offrì la sua sofferenza di uomo tra gli
uomini. In
“Salvifici doloris”, Giovanni Paolo II ha detto che “il Vangelo è la negazione della passività di fronte
alla sofferenza. Cristo stesso in questo campo è soprattutto attivo”.
Gesù infatti si è presentato come medico dei corpi e delle anime.
Alcune
iscrizioni poi,
rimandano in primo luogo alla Bibbia, e si fanno mediatrici tra testi sacri e
figure.
Le parole
si prestano anche a creare un “alone verbale”: esse servono a indicare una
maggiore pregnanza di senso. Sono elementi essenziali della previsione e del
progetto dell’artista, come le reazioni del fedele - spettatore davanti
all’opera.
Come quelle intense, riferite a Maria “Bella come
la luna e splendida come il sole", che appare raffigurata nel momento del
passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena, come donna che ha vissuto i
suoi anni, prima della trasfigurazione che la renderà icona al di là del tempo
umano.
Continuano
le figure bibliche, i candelabri, personificazione delle sette chiese che
rappresentano i continenti, sei più una chiesa viva, il luogo stesso dove ci si
trova.
Sette,
numero
del
compimento, dell'abbondanza e della completezza nella tradizione
semitica.
Giona
che esce dopo tre giorni dal ventre della balena come figura di Cristo che
vince la morte, viola gli inferi e risorge.
Un
gatto che ghermisce un topo sotto una torre, ma questa volta in un’accezione
positiva, frena l’invasione della città, la Gerusalemme celeste, città santa di
Dio, che è annuncio di terra nuova e cieli nuovi. E poi delle mani protese che vi si si
identificano.
Infine,
come non soffermarsi sui quadrati. Uno dei quattro simboli fondamentali,
assieme al centro, al cerchio e alla croce (Chas). Nella tradizione cristiana,
data l’uguaglianza dei suoi quattro lati, rappresenta il cosmo; i suoi pilastri
d’angolo indicano i quattro elementi. Nel nostro caso è importante esaminarne
l’aspetto allegorico, il quadrato rappresenta un carattere stabile (Denys le
Chartreux). Non per niente molte chiese romaniche sono state costruite con base
quadrata. Il quadrato assieme al cerchio rappresentano due aspetti fondamentali
di Dio: l’unità e la manifestazione divina. Il cerchio il celeste, il quadrato
il terrestre, non in quanto opposti ma distinzione e conciliazione di Creatore
e creato.
Tra
questi il Sator, simbolo di totalità, in questa formula tramandata dall'età
paleocristiana, si racchiude la frase latina Sator Arepo Tenet Opera Rotas, ovvero il
contadino all’aratro dirige i lavori, in cui alcuni studiosi hanno visto le
“nozze cosmogoniche del Fuoco e dell’Acqua, generatrici della creazione” e, per
estensione l’opera cosmica.
O
il Labirinto, che se da un lato richiama un sapere misterico, dall’altro può
essere inteso come un percorso verso il proprio santuario interiore nascosto,
inteso come mens, tempio dello Spirito Santo nell’anima in stato di
grazia, dove tutto si è semplificato in seguito a lunghi giri raggiunti dalla
coscienza, luogo segreto dove si ritrova l’unità perduta dell’essere.
Il
Quadrato meridiana, Sine sole sileo (Senza il
Sole sono muta) iscrizione così appropriata ai solari misuratori del tempo:
senza il sole, ovviamente, non vi si può leggere l’ora. Ma, qui, in cotal luogo
la frase risuona con significati
iniziatici, ed il semplice senso letterale della citazione contemporaneamente
si dissolve e si amplifica per accedere a completezze ed unitarietà che vanno a
scardinare il consueto senso delle parole. Qual è la luce di cui si parla? La
luce del vero sole, quella divina, e
solo illuminati da essa si ascende al cielo.
Opportuna
sembra adesso la riflessione sul ruolo dello spettatore-fedele, il cui coinvolgimento
parte proprio dalla vista. D’altronde anche Cicerone osservava, in tempi non sospetti, che le
immagini possano parlare alla mente più delle parole.
Ma c’è un culto connesso alla carne (devotio
carnalis populi) che include anche il tatto: le figurazioni sono anche da
abbracciare e baciare, il
coinvolgimento procede per la gestualità che permette al credente una piena
“identificazione emotiva”.
Esperienza corporea e anche
spirituale che serve ad annodare ininterrottamente figure e Scrittura, a rammentare
all’osservatore di essere innanzi tutto
un fedele. Convergenza di sensi e memoria, la memoria evita ogni deriva
improntata a mero estetismo, i “sensi” impediscono di ridurre l’opera a una
piatta esposizione di dottrine.
Missione mirabilmente raggiunta dall’artista.
E’
un luogo inusuale, questo, per i tempi che viviamo, dove lo spirito raggiunge
il fedele attraverso l’arte contemporanea, e non posso fare a meno di pensare
al coraggio illuminato di un vescovo che nella sua Diocesi conduce il credente verso
un incontro privilegiato col sacro con un linguaggio coevo. Perché, se il
tempio è lo spazio addetto all’esercizio del culto, è d’uopo che offra, contrapposto al tempo
divino, il tempo dell’uomo - parafrasando Settis - nella vita d’ogni giorno. Di rimando mi
giunge in mente il Mitralio, trattato di liturgia del vescovo Sicardo, nella
parte in cui definisce la figurazione della chiesa come litterae laicorum, dove
l’immagine viene assurta dai credenti quale discorso visuale, latore della missione
salvifica di Dio, comprensibile a tutti.
Ritornando
al nostro, una virtuosa collaborazione ha legato sinergicamente, con
cotanti lirici risultati, Mons. Ignazio Zambito Vescovo
di Patti, Don Basilio Scalisi,
responsabile dell'Ufficio Diocesano per i Beni Culturali, fautore dell’incontro
con il prof. Franco Nocera, titolare della cattedra di pittura e docente di
Arte Sacra Contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Palermo e l’architetto
Pippo Fonti, le valenti maestranze in gran parte locali e infine, ma non
ultimi, i fedeli fruitori dell’opera. Ed è auspicabile che altre diocesi si
aprano all’arte contemporanea nei nuovi spazi per il culto, superando schemi
passatisti.